Walter Leblanc

La forma della luce, l’intensità e la gradazione. Il movimento della luminosità. E trova risposte, afferra intuizioni, racconta il suo sapere, ciò che è riuscito a sperimentare grazie al suo terzo occhio, capace di vedere dove la nostra umanità è inevitabilmente cieca.
Mentre alla fine degli anni Cinquanta, la pittura sfogava energie e passioni colorate sulle tele, Walter Leblanc sperimentava il bianco. La superficie che tutto riflette e che permette di immaginare mondi migliori.
Arrotolava singoli fili quasi fossero metafora di esistenze contorte e dolorose. Li fissava regolari e ordinati su tele-cuscini, affinché i bulbi oculari potessero accarezzarli e osservarli da ogni parte. Sognando di appoggiarvi sopra le guance o le mani.
Così il bianco con alta luminosità ma senza tinta, capace di nascondere tutti i colori dello spettro elettromagnetico, diventa pura luce e si trasforma persino in colore, ombreggia e vibra a seconda delle posizioni di partenza e di arrivo.
Muoversi di fronte a un lavoro di Leblanc, spostandosi sulla destra o sulla sinistra, permette di acquisire visioni multiple. Lo stesso quadro, più quadri. La stessa emozione, più emozioni.
Non è il movimento elegante di Castellani, né il contrappunto tridimensionale di Bonalumi.
Neanche l’attesa lacerata di Fontana. E’ un passo estetico, un valzer formale, una melodia di sfere emotive.
La convivenza con i quadri di Leblanc rimanda a una prospettiva di luce nordica, fredda ma costante, presente senza inquinamenti strutturali o segnici. Ritrova un ordine quasi mitologico, di cieli alti e orizzonti lontani. Di fiumi gelati e mari a specchio.
Cicatrici della terra che sono ben visibili nei suoi primi lavori, del 1958/59, dove polvere di ferro, piccoli bulloni e stringhe ritorte si prestano a un primo ruvido inciampo della vista, per poi stemperarsi nelle giravolte dei lavori successivi.
Poetici Twisted di croci e quadrati, triangoli e rombi. In movimento verso una luce più alta.
Leblanc scrisse un giorno che paragonava “l’estetica plastica” alla “poesia classica che permette la libertà poetica al di fuori delle sue regole ferree”.
Egli ha allo stesso modo legato la (sua) opera plastica alla musica, il cui suono dipende sempre dal ritmo, dalla misura o dal contrappunto ma senza tuttavia escludere la melodia, come alla danza che tiene conto in tutta scioltezza dell’anatomia dei ballerini.
Egli stabilì un quarto legame, questa volta con l’architettura, che pur essendo soggetta a limitazioni imposte dalla funzionalità, non dimentica la forma esteriore, estetica.
La pittura chiamata “informale” di Leblanc è il risultato di una tensione, di una interazione di regole severe e di libertà creatrice. Egli ha mantenuto un sistema in un certo senso molto rigido, che aveva fissato, ma cercando sempre di superarlo in modo creativo. La flessibilità dei limiti di questo quadro è stata continuamente sollecitata, le limitazioni sono state modificate per diventare possibilità.
E’ questo modo di lavorare “provocatorio” che ha fatto sì che Walter Leblanc abbia creato un’opera che disturba e intriga sempre molto, nella quale il ritmo, l’ordine, il gioco con le serie e la luce, la percezione umana svolgano un ruolo centrale.
Ammiro la perseveranza, la motivazione, la logica estrema con la quale Leblanc a dato vita con il passare degli anni a questa opera, che fluttua a metà strada tra l’astratto e il figurativo.
La sensibilità che emana è in effetti praticamente indicibile. La “testardaggine” con la quale Leblanc ha dato forma alle sue aspirazioni e ai suoi desideri è eccezionale. E’ riuscito a trovare un equilibrio tra estremi come la “ragione” e la “sensibilità”, la “riflessione” e “l’intuito”.
Malgrado la sua ricerca di “purezza”, Leblanc non fu mai un purista. Il modo con cui ha saputo conciliare la severità delle strutture formali e l’entusiasmo dell’espressione libera tipico della poesia può quindi essere detto unico.
In modo indiretto, questo artista ha dimostrato che la logica e la sistematicità non devono per forza essere cliniche e sterili. E’ riuscito a creare un genere di arte interattiva ante litteram, in cui l’apporto dello spettatore, che contribuisce consciamente o no a ricreare l’opera, è determinante.
Un artista che merita di essere collocato nel pantheon dell’arte internazionale.
Jan Hoet, Gand