Franco Angeli

 

di Alessandra Nappo

Studio Gariboldi dedica una mostra retrospettiva all’artista romano Franco Angeli (1935 – 1988), uno dei maggiori protagonisti, insieme a Tano Festa e Mario Schifano, della “Scuola di Piazza del Popolo” che segnò la stagione romana della Pop Art italiana. La galleria propone alcune tra le opere più significative della produzione dell’artista, riuscendo così a documentare il lavoro di un autore che ha saputo lasciare un segno indelebile nel panorama artistico italiano del secondo dopoguerra. Per la prima volta sarà presentata una selezione di lavori di straordinaria importanza dal punto di vista storiografico: tele esposte alla Biennale di Venezia del 1964 come La Lupa e Stemma pontificio; opere provenienti da prestigiose collezioni, Artiglio e Le Miniere di Re Salomone (entrambe del 1962 e un tempo parte della collezione Restany); lavori di grande respiro nelle dimensioni come Souvenir di Roma (1964) e United States of America (1965); e dai formati non del tutto canonici, proprio come Of America del 1968, dove la composizione circolare è tagliata da una lama a falce di luna dorata che la divide in due semisfere e risulta aggettante rispetto alla tela dipinta. In mostra anche l’opera Of America del 1967 che, pur nelle dimensioni contenute, riesce esemplarmente a rappresentare il percorso iconografico intrapreso dall’artista in quegli anni.
Franco Angeli, la cui pittura ha attinto da un repertorio di simboli antichi e moderni (la lupa, l’aquila, la svastica, la falce e il martello, il dollaro), ha saputo elaborare un linguaggio che, filtrando le influenze provenienti d’oltreoceano, è riuscito a dar voce a un’intera generazione – quella degli anni Sessanta – e al contempo a possedere un’identità e una sensibilità proprie. Un’arte, quella di Angeli, in grado di fondere magistralmente ironia, storia, memoria e universo quotidiano. La vitalità artistica di Franco Angeli si lascia afferrare dallo sguardo più sensibile, dall’occhio più paziente capace di indugiare e di cogliere quanto si cela oltre il sottile e quasi impercettibile strato di tulle – applicato ad alcune tele – che filtra, oscura, occulta la superficie pittorica. Il velo colorato nasce da un’urgenza, dalla necessità dell’artista di prendere le distanze dall’immagine e da quanto essa rappresenta, mitigandone la forza e ottenendo un effetto estetico non molto dissimile da quello di una fotografia sfuocata, di una mediazione fotografica imperfetta. Talvolta, invece, la sottile garza sembra, secondo la lettura che ne diede Renato Barilli, “ridonare quell’aurea perduta di autenticità”, restituire “fascino, mistero” ai simboli citati. Si dipana così un racconto pittorico mai uguale a se stesso, in continua metamorfosi; un racconto in cui i punti di riferimento certi si smarriscono tra i frammenti dispersi sulla tela per poi lasciarsi ricomporre soltanto da una visione in grado di andare oltre il limite, di varcare la soglia.