Katsumi Nakai

14 novembre > 20 dicembre 2019

 

 

Trascrizione fedele dell’intervista originale di Lorenzo Vicenti a Katsumi Nakai in occasione della mostra personale alla Galleria del Naviglio nel 1976, Milano.

 

V. A quante mostre hai partecipato finora?

N. Oltre una quarantina, di cui metà personali. In media preparo una mostra personale ogni anno, in diverse città italiane o all’estero.

V. Vuoi descriverci i tuoi oggetti?

N. Impossibile. Difficile. Io faccio opere per mettere in mostra, poi pubblico viene e giudica. Dice lui se piace o non piace. Insomma: prima disegno, poi taglio i miei legni. Se mano e cervello si muovono insieme, proseguo. Lascio. Riprendo. Quando la mano si muove per conto suo, io non contento. Butto e comincio daccapo. Mi interessa il mistero di oggetti che vibrano o che mutano: apri e chiudi. Dipingo con colori a olio gli sfondi fissi e i compensati con acrilici.

V. Quando, in quali circostanze sei venuto a Milano?

N. Nella primavera del 1964 io avevo 37 anni. Ho radunato tutta la famiglia: mia madre anziana, mia moglie Tomiko e la bellissima Mihoko, che è rimasta l’unica figlia. Ho spiegato loro che dovevo iniziare grande viaggio seguendo il sole: verso Occidente fino in Europa, sino Stati Uniti d’America. Perché avevo bisogno di respirare l’atmosfera dell’arte occidentale, di cui conoscevo soltanto opere, oppure libri e riproduzioni. Mie donne detto sì, che io potevo andare per un anno. Così ho conosciuto Parigi, Londra, Atene, Roma, Milano. Avevo lettera di Ohashi, grande collezionista giapponese, per artista connazionale Toyofuku, che vive a Milano. Arrivato a Milano a fine giugno. Tutto chiuso. Gente in vacanza, e io non sapevo nemmeno una parola di vostra lingua. Toyofuku, che conoscevo soltanto di nome, molto gentile. Mi cede il suo studio in via Pontaccio, mi presenta a Cardazzo*. Cardazzo pure molto gentile, viene a vedere mie opere e organizza mia prima mostra italiana a Venezia. Lui sempre invita suoi artisti prima a Venezia e poi a Milano. Allora dipingevo soltanto olio su tela, quadri astratti. Mario Deluigi, grande maestro veneziano, mi presenta nel marzo ’65 con queste: “Dopo Abe, Azuma, Toyofuku, ecco le stesure cromatiche di Nakai a convincerci che il vento spirituale dell’arte spira eterno dall’est. Una differenza di un pollice e il cielo e la terra si trovano separati. La forza segreta di questi pittori è la loro possibilità di abbandono all’Incosciente universale, senza mai definirne il profilo con la volontà e la ragione. E’ arte, solo arte, nient’altro che arte.” Ma io non contento. Avvertivo, come si dice?, il bisogno di esprimermi con la terza dimensione. Da pittore a scultore. Ho provato vari materiali finché ho scoperto che il legno è il più adatto alla mia sensibilità. Ora contento. Ecco tutto.

V. Nakai, confessa: intanto le tue donne non erano stanche di restare sole?

N. A Milano io trovato il mio ambiente: antichissimo per arte millenaria, modernissimo come città che è simile alla mia, Osaka, il principale centro industriale e commerciale di Giappone. Si, dopo Milano io non ho avuto bisogno di conoscere gli Stati Uniti. Qui è il mio mondo. Dopo pochi mesi che io vivo a Milano ricevo lettera da Osaka. Mia moglie, Tomiko, mi informa che è morta mia madre e che è stata sepolta molto onorevolmente. Io rispondo che mia madre, alla fine di tante sofferenze, perduto anche un figlio, aveva ritrovato la felicità, la serenità. Passano altri mesi, Tomiko scrive ancora: ”E’ tempo che tu torni”. Io rispondo che non posso muovermi perché qui è mio mondo vero di arte, dico vieni tu con nostra figlia Mihoko. Loro vengono, moglie, che si interessa di moda, dice che Parigi è meglio per lei e per me, molto artistica. Io spiego che Milano è più antica di Parigi per arte, e più simile a Osaka. Noi rimasti.

V. Siete più tornati in Giappone?

N. Io una volta soltanto, nel 1970, per l’Esposizione universale di Osaka. Anche mia moglie è tornata una volta. Mihoko, mai. Mia figlia legge, parla e scrive italiano meglio che giapponese. Frequenta la prima liceo classico. Molto brava.

V. Come ricordi il Giappone della tua infanzia?

N. Avevo sei fratelli, quattro maschi e due femmine. Nostro padre era sacerdote shintoista. Shinto e shintoismo è vocabolo di origine cinese. Significa “Dottrina degli dei”. Quando io ero bambino questa religione di Stato attribuiva all’imperatore e alla dinastia regnante origine divina. Di giorno vivevamo tutti in una piccola casa aperta vicino al tempio. Ogni primo e quindicesimo giorno del mese papà indossava costumi antichi per cerimonia importante. Il 13 e 14 di ottobre c’era la festa del tempio, veniva molta gente da ogni parte di Osaka. Tempio era su piccolo colle circondato da pini e altri alberi secolari. Io scendevo di corsa dal colle verso il prato lanciando mio aquilone nel cielo. Ricordo che una volta papà, tornando da Tokyo, ci spiegò che era stato ammesso alla presenza dell’imperatore. Noi tutti molto felici.

V. Come hai trascorso gli anni della guerra?

N. Abbastanza bene. Nel 1944 i miei compagni di classe, che avevano come me 17 anni, cominciarono a partire volontari per il fronte. Molti partivano, pochi tornavano. Io non volevo essere vigliacco, ma amavo già l’arte. Arte è vita, non morte. Se vai in guerra devi uccidere o farti uccidere. Non piaceva. Ho chiesto consiglio a una donna saggia, amica di famiglia. Risposta: “Non andare volontario, non forzare il destino. Attendi di avere l’età di essere chiamato alle armi: diciannove anni”. Io ascoltato lei. Guerra finita quando avevo 18 anni.

V. Quale reazione avete avuto apprendendo che gli americani avevano sganciato due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945, falciando contemporaneamente centinaia di migliaia di vittime?

N. Giornali giapponesi e radio subito non spiegato mistero di bomba atomica. Riferivano: “Grandi terribili bombardamenti con tanti morti”. Il 15 agosto è scoppiata la pace: la gente, che fino a ieri era tradizionalista e ubbidiente, diventava di colpo moderna, progressista , assetata di libertà e novità. Giornali hanno spiegato poi gli orrori di bomba atomica. E dopo, per vari anni ancora, le persone contagiate dalle radiazioni, anche bambini, seguitavano a morire. Due pittori, Maruki e Akamatsu, marito e moglie, dipingevano quadri denunciando al mondo intero le stragi. Io non ho mai voluto andare a vedere. A me ora piace americani, anche se amo arte americana.

V. L’arte: perché hai seguito questa strada?

N. Dopoguerra molto duro. Mancava cibo, mancava tutto. Io seguo con grande sacrificio strada di arte, sentivo grande vocazione. Studio pittura all’Istituto di Belle Arti di Osaka; comincio a esporre dal 1956 alla mia città, al museo di Kyoto, a Tokyo. Fondo con sette pittori d’avanguardia, nel ’58, il gruppo Tekkeikai. Ma arte d’avanguardia piace soltanto a pochi collezionisti giapponesi; gente vuole arte tradizionale, accademica, commerciale. Io parto seguendo il sole e trovo Milano. Grazie, Milano.

 

*Renato Cardazzo (1918-2002), titolare Galleria del Naviglio (Milano) e Galleria del Cavallino (Venezia)