News2025-01-27T16:18:53+01:00

NEWS

Arte&Cinema

Città delle ombre: una serie Tv e le opere di Antoni Tàpies

30.03.2026

C’è un respiro di pietra che attraversa Barcellona, un’ossessione di forme. Nella serie tv spagnola del 2025, Città delle ombre, l’architettura non si limita ad ospitare il delitto: lo genera, lo nutre, lo rende sacro e terribile. Antoni Gaudí non è più solo un nome, ma un complice silenzioso; le sue curve architettoniche diventano muscoli tesi sotto la pelle della città. Casa Milà si staglia come un’onda pietrificata che nasconde il vuoto, mentre i suoi camini sul tetto, inquietanti sentinelle guerriere, vigilano su segreti che non dovrebbero mai essere pronunciati.
La macchina da presa accarezza il ferro battuto e le vetrate di Casa Batlló, cercando una verità che si frantuma nel trencadís di Parco Güell, quel mosaico di cocci che assomiglia ai destini spezzati dei protagonisti. Negli interni dei palazzi, il silenzio è pesante, arredato dalle figure materiche di Manolo Valdés: le sue Meninas sono presenze mute, testimoni di un potere che si tramanda tra pareti istoriate e soffitti a cassettoni. Nel secondo episodio, questo silenzio si fa graffio sulle tele di Antoni Tàpies: i suoi segni astratti e la materia rugosa delle sue opere appese alle pareti diventano muri di ferite, simboli di una sofferenza incisa che rompe la compostezza delle stanze nobiliari. La Sagrada Família incombe come un’incompiuta preghiera di roccia, un labirinto di luce e ombra dove il sacro scivola nel profano. Forse per la prima volta, qualcuno si permette di pronunciare un giudizio su quest’opera. Lasciamo che a scoprirlo siate voi.

La serie appartiene al genere Noir, è attualmente in onda sulla piattaforma Netflix. Consigliata anche per la presenza di opere d’arte, qualità della storia e dei suoi interpreti.

Vita in galleria

I materiali degli artisti: il metallo

25.03.2026

Sappiamo davvero quali materiali portiamo nelle nostre case quando acquistiamo un’opera d’arte? Le loro caratteristiche e il loro significato simbolico possono incidere sulla qualità della nostra vita e, soprattutto, sul nostro stato d’animo.

Un’opera non è fatta solo di ingegno, inventiva o tecnica, ma anche di supporti, leganti, essenze e dettagli materici. Il lavoro del gallerista implica anche la conoscenza di questi aspetti, che spesso richiedono lunghi periodi di ricerca per essere ricostruiti.

Dopo gli approfondimenti dedicati al legno e al marmo, utilizzati dagli artisti Tomonori Toyofuku e Aiko Miyawaki, proseguiamo questo percorso con il terzo materiale: il metallo.

Nelle opere di Katsumi Nakai, le cerniere metalliche trasformano pannelli dipinti in forme interattive e tridimensionali, suggerendo movimento, cambiamento e una tensione costante tra superficie e volume. Allo stesso tempo, richiamano il concetto giapponese di ma, lo spazio significativo tra le cose. Le cerniere diventano così simbolo di trasformazione e apertura, attivando un dialogo dinamico tra materia e spazio e convertendo superfici statiche in forme in continua evoluzione.

Nell’immagine: Katsumi Nakai, Untitled, 1968, acrilico su legno sagomato, dettaglio.

ITALY–JAPAN. Artisti giapponesi a Milano dal 1960
fino al 30 aprile 2026
Corso Monforte 23, 20122, Milano

FullOfArt

La critica secondo Carla Lonzi

24.03.2026

Studio Gariboldi ha il piacere di inviarvi all’incontro La critica secondo Carla Lonzi, un approfondimento sulla vita e la scrittura di una personalità luminosa del Novecento italiano.

Carla Lonzi scrittrice e studiosa, ha un rapporto speciale con i protagonisti dell’arte degli anni Sessanta, Carla Accardi, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Pietro Consagra, Salvatore Scarpitta, solo per citarne alcuni. Attraverso l’ascolto e la conversazione, Lonzi mette in crisi l’autorità del critico e ridefinisce la critica d’arte come pratica di relazione: «Oggi si può essere vicino agli artisti anche ascoltandoli e poi riascoltandoli (..). Però, come puoi, dopo aver fatto un gesto come questo (…) rifare il vecchio gesto», Carla Lonzi, Autoritratto (1969). Studio Gariboldi rimette al centro del dibattito questa donna interessante per le modalità di ricerca e per i contenuti proposti, grazie al rigore e alla conoscenza di due giovani studiose.
Il dialogo tra Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini sarà sul loro saggio: Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi (Moretti&Vitali, 2024). Nel volume una rilettura del percorso di Lonzi in cui risulta evidente il nesso inscindibile tra scrittura e vita, tra pratica politica e forma espressiva.
Con loro la ricercatrice Martina Cavalli.

Ingresso libero, prenotazione obbligatoria a press@studiogariboldi.com

Arte&Cinema

Il suono di una caduta

23.03.2026

Ascoltare il silenzio. Attraversare il vuoto. Restare, nonostante tutto.

Abbiamo scelto di scrivere del film Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, perché lavora sulle tensioni più sottili presenti in ogni rapporto umano e su ciò che accade sotto la superficie degli eventi. Ci interessa proprio questo sguardo sulle crepe invisibili delle relazioni e sui momenti in cui qualcosa si rompe, e allo stesso tempo si ridefinisce.

La caduta del titolo non è soltanto fisica, ma anche interiore. In questo spazio fragile si muovono figure femminili complesse, raccontate in ogni età della vita, lontane da ogni stereotipo.

Anche gli ambienti partecipano profondamente alla narrazione. Le scenografie curate da Cosima Vellenzer, tra pareti scrostate, superfici opache e stanze attraversate da una luce quasi polverosa, trasformano gli spazi della casa in luoghi della memoria, come se il tempo si depositasse sulle cose. Fabian Gamper, autore della fotografia, accompagna questa dimensione con immagini sospese, dove la luce naturale sembra emergere dall’interno degli ambienti.

Alcune inquadrature richiamano l’immaginario della fotografa Francesca Woodman, dove i corpi dialogano con muri, porte e specchi fino quasi a confondersi.

È un cinema fatto di silenzi, luce e architetture interiori, in cui ogni immagine sembra trattenere l’istante esatto in cui qualcosa cade e si trasforma.

Vita in galleria

I materiali degli artisti: il marmo

20.03.2026

Sappiamo davvero quali materiali portiamo nelle nostre case quando acquistiamo un’opera d’arte? Le loro caratteristiche e il loro significato simbolico possono incidere sulla qualità della nostra vita e, soprattutto, sul nostro stato d’animo. Un’opera non è fatta solo di ingegno, inventiva o tecnica, ma anche di supporti, leganti, essenze e dettagli materici. Il lavoro del gallerista implica anche la conoscenza di questi aspetti, che spesso richiedono lunghi periodi di ricerca per essere ricostruiti.

Dopo il primo approfondimento dedicato al legno e al suo utilizzo nelle opere di Tomonori Toyofuku, proseguiamo questo percorso con un secondo materiale: il marmo, la cui polvere è stata utilizzata da Aiko Miyawaki negli anni Sessanta.

L’artista giapponese impiegava polvere di marmo mescolata con olio o leganti sintetici, stendendola su pannelli per creare superfici delicatamente materiche, quasi scultoree. Attraverso questo processo, evocava la sensibilità giapponese del wabi-sabi, cogliendo la bellezza nell’imperfezione e nell’impermanenza, e instaurando con l’osservatore un silenzioso dialogo fatto di luce, ombra e presenza della materia. Nel contesto del dopoguerra, il suo lavoro risuona come una ricerca di equilibrio tra tradizione e modernità, dove anche la materia più densa sembra respirare di una vita sottile. Il marmo è da sempre simbolo di purezza, durata e memoria. Materiale nobile e compatto, capace di attraversare i secoli senza perdere la propria identità, rappresenta una forma di permanenza che si oppone al tempo, ma che al tempo stesso ne conserva le tracce. Nella sua polvere, frammentata e ricomposta, questa solidità si trasforma in superficie sensibile, rivelando una nuova dimensione della materia: più fragile, ma anche più intima e contemplativa.

Nell’immagine: Aiko Miyawaki, Untitled, 1964, polvere minerale con legante, dipinta su tavola, dettaglio.

ITALY–JAPAN. Artisti giapponesi a Milano dal 1960
fino al 30 aprile 2026
Corso Monforte 23, 20122, Milano

Arte&Cinema

La mattina scrivo: dedicato agli artisti

17.03.2026

La mattina scrivo della regista Valèrie Donzelli, è un film dedicato agli artisti. Siano essi scrittori, pittori, musicisti. È la storia di un uomo che di professione scatta fotografie. Ma la sua profonda realizzazione personale passa da una forma d’arte differente, che non è la fotografia, ma la scrittura. Dopo la pubblicazione di qualche volume si sente uno scrittore e decide di continuare a esserlo, costi quel che costi. Il prezzo è alto. La scelta radicale. La mattina è dedicata alla propria arte, il pomeriggio a lavori massacranti, qualsiasi, pagati pochissimo. Intorno a lui una moglie e due figli grandi, avuti in età giovane, che a tratti lo criticano ma soprattutto lo sostengono. Un padre e una sorella che gli forniscono un tetto minimo sulla testa, giudicanti e infastiditi. A loro e alla sua editor il compito di metterlo in discussione e di minarne l’autostima.
È un film dove i muri di sgretolano (la prima scena, un cartongesso picconato che crolla, è la sintesi di tutta la storia), i balconi di Parigi vengono piantumati dalle mani che sanguinano dei lavoratori e i giardinetti interni delle case di lusso potati con le cesoie. Quadri brutti alle pareti, Parigi quasi irriconoscibile.
Ci interessa (molto) perché parla agli artisti degli artisti. Di quelli radicali, poveri, legati alla sopravvivenza e al rispetto per la loro arte e di quelli fortunati, mantenuti da famiglie generose e seduti sulla propria fortuna.

Così la regista Velérie Donzelli: “(…) provengo da un ambiente che è un misto di immigrazione e artisti da parte di mio padre, comunisti italiani venuti in Francia, pittori e scultori da due generazioni. Mio nonno viveva in povertà, e mio padre ha sofferto per essere cresciuto in quel contesto. (…) Quindi sono una specie di miscuglio. Ho cercato di essere il più onesta possibile rispetto alla mia visione delle cose.

Vita in galleria

I materiali degli artisti: il legno

16.03.2026

Sappiamo davvero quali materiali portiamo nelle nostre case quando acquistiamo un’opera d’arte? Le loro caratteristiche e il loro significato simbolico possono incidere sulla qualità della nostra vita e, soprattutto, sul nostro stato d’animo. Un’opera non è fatta solo di ingegno, inventiva o tecnica, ma anche di supporti, leganti, essenze e dettagli materici. Il lavoro del gallerista implica anche la conoscenza di questi aspetti, che spesso richiedono lunghi periodi di ricerca per essere ricostruiti.

Di tanto in tanto troverete qui alcuni approfondimenti. Il primo riguarda il legno utilizzato da Tomonori Toyofuku negli anni Sessanta.

Lo scultore giapponese sceglieva spesso il legno di mogano per le sue opere, attratto sia dalle qualità formali sia dalle caratteristiche fisiche del materiale. Le sue sculture presentano forme astratte traforate e motivi ovali ricorrenti, ottenuti attraverso un processo di intaglio e perforazione che crea un intenso dialogo tra pieni e vuoti. Il mogano, resistente ma relativamente facile da lavorare, gli consentiva di realizzare tagli profondi e cavità precise, mantenendo al contempo la solidità della struttura. Il colore caldo, la venatura regolare e la superficie liscia del mogano contribuiscono inoltre a valorizzare il rapporto tra luce, forma e spazio che caratterizza la sua ricerca scultorea.

Il legno di mogano è universalmente considerato simbolo di resistenza, stabilità e affidabilità. È un legno solido e, grazie alla sua straordinaria durezza e alla capacità di non deformarsi con l’umidità, simboleggia una forza interiore che non vacilla di fronte alle avversità.

Nell’immagine: Tomonori Toyofuku, Untitled, 1987, legno scolpito, 42 × 23 × 18 cm. Dettaglio.

ITAlY-JAPAN. Artisti giapponesi a Milano dal 1960
fino al 30 aprile 2026
Corso Monforte 23, 20122, Milano

Arte&Cinema

Rental Family: il Giappone dei sentimenti

10.03.2026

Abbiamo scelto Rental Family, della regista giapponese Hirari, per quattro motivi. Il primo è Tokyo, diffusa e intima. La frequentiamo entrando nelle case e nei ristoranti. Il secondo sono le piccole cose delicate della vita. Tra esse una gruccia da cui pendono colorate meduse trasparenti, realizzate con le bottiglie di plastica da una bimba bellissima. Il terzo riguarda le relazioni e le distanze. Siamo fatti di questo e in base ai metri che ci separano decidiamo chi siamo per gli altri. E poi c’è il quarto motivo che c’entra con l’estetica pura: Rental family è il teatro della vita, dove la fotografia di Takurô Ishizaka racconta il gelo emotivo prima con i toni freddi in cui domina il blu, poi man mano, con i colori che si scaldano, e trasformano i personaggi. Ogni inquadratura è un quadro e insieme alla colonna sonora compone un film nel film. Alla fine negli occhi vi resteranno case e radici d’albero, zainetti e interni intimi, immagini che messe insieme formano l’identità dei personaggi.
Questo film ci interessa perché ogni oggetto, colore, forma che portiamo nelle nostre case ci segna, e parla di noi agli altri.

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